L’identità visiva oggetto di questo approfondimento si riferisce a quella “primaria”, cioè il marchio e l’insieme degli elementi che lo compongono: naming; payoff; simbolo (soggetto rappresentato, astratto o figurativo); segno (forma); logotipo; colori; caratteri tipografici. Questo insieme, peraltro, deve anche soddisfare determinati requisiti giuridici (ma questo è un altro tema).
Nella gestione della marca, uno degli equivoci più diffusi è considerare il marchio come un semplice esercizio grafico da relegare ad accessorio o da aggiornare quando “non piace più”. È una riduzione pericolosa, perché confonde l’estetica con l’identità e ignora la natura profonda del marchio stesso.
L’identità visiva – quella primaria quindi – sta in superficie, è il primo strato della “brand expression”, ricoprendo il ruolo di prima interfaccia verso il mercato o il pubblico di una marca, generando un percepito spesso indelebile.
Il marchio quindi dà la prima impressione e, come si dice, ha una certa importanza nel tradurre l’essenza di una organizzazione in una forma che supera i limiti dei singoli idiomi, delle culture, delle nazioni e persino delle competenze tecniche diffuse.
Ogni marchio è un organismo vivente che registra nel proprio “corpo” visivo una storia fatta di scelte fondative, successi, errori, relazioni sedimentate nel tempo. È un archivio simbolico che custodisce ciò che l’impresa è stata e ciò che ha scelto di diventare.
Proprio per questa sua natura significante, densa di significati, un marchio non può – e non deve – dire tutto. La sua forza strategica risiede nella selezione deliberata di quale componente dell’anima aziendale far emergere con maggiore intensità nel “territorio mentale” del pubblico.
Scegliere il proprio codice visivo naturalmente non è semplice, significa decidere quale “voce” dare alla marca, quale sfumatura della sua personalità rendere immediatamente percepibile:
– la componente più tecnica e rigorosa > per comunicare precisione, affidabilità e competenza
– un carattere più “easy” e accessibile > per instaurare una relazione di prossimità
– un tratto originale, “folle” o atipico > per presidiare un posizionamento di rottura
– una tradizione rassicurante e consolidata > per trasmettere autorevolezza e continuità
Questi sono solo alcuni esempi direzionali che un marchio potrebbe presidiare, e tra questi bisogna fare una scelta. Ed è evidente che la scelta non può essere solo estetica, perché è una decisione altamente strategica.
Ogni elemento del “kit” identitario di un marchio produce effetti di senso, guidato da una scientifica grammatica visuale: le linee curve sono associate all’informalità, mentre i contorni spigolosi comunicano rigore e stabilità… ma se vengono combinate insieme quali all’unisono diventano le variabili?
L’identità cromatica agisce come un segnale con diverse sfaccettature – biologica, psicologica, culturale – capace di orientare la percezione in una frazione di secondo, attivando memorie, associazioni e rimandi emotive.
L’identità visiva opera esattamente dove avviene la maggior parte dei processi decisionali: nella sfera dell’inconscio, che governa tra l’85% e il 90% del nostro pensiero e apprendimento.
Un marchio ben progettato non informa razionalmente, evoca: genera un’impressione di unicità che permette all’emittente di distinguersi, specialmente in mercati saturi di proposte altrimenti simili, creando un vantaggio competitivo difficilmente replicabile e, oggi, il vero “valore aggiunto” al prodotto/servizio offerto.
La funzione di un marchio è rendere riconoscibile un’impresa – prima ancora che una sola parola di una campagna pubblicitaria, del sito web o di un post sui social-network venga letta – che permette alla marca di parlare molte lingue restando sempre sé stessa.
Scegliere il proprio codice visivo significa decidere come si vuole essere percepiti e quale parte della nostra identità merita di emergere con chiarezza, coerenza e continuità.
Ecco perché il marchio è un patrimonio per una organizzazione e l’identità visiva è un asset critico che consente di capitalizzare e perseguire la brand-strategy nel tempo.
Il marchio è il dispositivo che permette alla marca di essere riconosciuta, compresa e ricordata in qualunque contesto culturale o linguistico. In un mercato in cui prodotti e servizi tendono a somigliarsi, il codice visivo diventa il primo livello di differenziazione e l’elemento che orienta la percezione prima ancora che intervenga la razionalità.
Scegliere quale parte dell’identità di un’impresa far emergere significa governare la propria presenza mentale nel pubblico: un atto strategico che incide sulla reputazione, sulla fiducia e sulla capacità di generare valore nel tempo.
Per le organizzazioni che ambiscono a un’identità solida e duratura, curare il proprio codice visivo equivale a custodire un patrimonio simbolico che sostiene la marca ben oltre la comunicazione.
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L’era della percezione